QUELLE MAMME IN FUGA COI BAMBINI IN BRACCIO
Gentile dottor Augias, questa notte proprio non riesco a prendere sonno. Non riesco a cancellare dalla mente le immagini di quelle madri con i figli piccoli in braccio scortate dalla polizia per salire sui pullman e lasciare i campi in fiamme. Sì, madri e bambini, non rom o zingari. Non riesco a non portare vergogna e portare dolore per quelle donne in fuga con i figli stretti a sé. Mia figlia, di appena nove mesi, dorme serena, nel suo letto comodo, nella sua casa calda, e qualcuno sempre pronto a sorriderle e a farle una carezza. Una figlia, proprio come quelle aggrappate al collo di quelle donne dolenti. Provo a pensare come possa sentirsi in questo momento, una qualsiasi di loro, ma il mio sforzo di immaginazione si arresta di fronte alla voragine di dolore che mi si affaccia. Cosa pensa una madre mentre fugge stringendo il proprio bambino? Cosa pensa una madre mentre il mondo le urla contro? Cosa pensa una madre quando sa che il suo bambino, prima ancora che nasca, è già un nemico per qualcuno? In questa notte insonne provo vergogna per un paese che consente la caccia al diverso, vergogna a chi era lì a lanciare quelle molotov vigliacche, vergogna a tutte le madri italiane che non hanno saputo vedere in quei bambini i loro figli.
Nicoletta Vulpetti
La Repubblica – Sabato 17 maggio 2008