La salute precaria nei campi rom
Gli abitanti dei campi nomadi sono malnutriti, si ammalano facilmente e hanno un’aspettativa di vita molto bassa. I più colpiti sono i bambini, per i quali l’unica speranza è andare a scuola
Nessuno penserebbe mai di trovare dei bambini che soffrono la farne a Roma. Invece ce ne sono centinaia. Lo rivela un nuovo studio sulle condizioni di salute della popolazione rom nella capitale italiana. Circa il 24 per cento dei bambini rom è malnutrito e il 25 per cento è nato sottopeso. Sono dati raccolti dalla Comunità di Sant’Egidio, che gestisce un ambulatorio peri rom.
Ufficialmente i rom della città sono circa ottomila ma le associazioni di volontariato affermano che il dato reale potrebbe essere il doppio. Almeno la metà è composta da minorenni.
Dallo studio della Comunità di Sant’Egidio emerge che il 20 per cento dei bambini rom ha sofferto di bronchite o polmonite, il i6 per cento ha contratto infezioni della pelle, compresa la scabbia, il 13 per cento ha avuto la diarrea o altri problemi gastrointestinali e il 15 per cento soffre di deficit motori o altre disabilità. Le cause di questi problemi, si legge nello studio, sono soprattutto “le situazioni abitative antigieniche, l’isolamento sociale e la diffusa instabilità alimentare”.
La condizione dei rom è più critica non solo rispetto al resto della popolazione italiana ma anche agli altri gruppi di immigrati, spiega Ersilia Buonomo, un’esperta di igiene e sanità pubblica che insegna all’università di Roma Tor Vergata. Buonomo lavora anche all’ambulatorio per i rom e ha collaborato allo studio della Comunità di Sant’Egidio. La maggior parte dei 150mila rom che vivono in Italia abita nei cosiddetti campi, che in realtà sono delle specie di baraccopoli dove mancano i servizi fondamentali come l’acqua, l’elettricità e le fognature. A Roma ci sono un centinaio di campi del genere. Il più grande è il Casilino 900, che raccoglie circa seicento persone. All’ingresso c’è un cartello con scritto: “Siamo tutti figli dello stesso padre”. Ma pochi romani vivono in condizioni simili.
Come nelle favelas
Il campo si trova vicino a un deposito di rottami, lungo una strada molto trafficata. Ricorda le favelas brasiliane, fatte di baracche improvvisate e roulotte ammassate su pendii fangosi. Dappertutto ci sono mucchi di tubi e cavi di rame che i rom raccolgono per rivenderli ai rottamai. Non ci sono fogne ma solo bagni chimici. Alcuni mesi fa le autorità hanno installato delle fontanelle per l’acqua, ma manca ancora l’elettricità.
Donica Saiti, un’energica nonna cinquantenne, si lamenta delle condizioni di vita nel campo. Vive qui dal 1989, quando è fuggita dal Kosovo. “Cani e maiali non vivono così. Siamo senza luce al centro di Roma!”, protesta Donica. Tutti i suoi nipoti presentano disturbi fisici (problemi intestinali, infezioni ai bronchi e asma) ma non possono farsi visitare regolarmente da un medico. “Non c’è nessun dottore”, dice. “Andiamo al pronto soccorso”. A un bambino che soffre d’asma è stato dato un apparecchio per l’aerosol ma senza elettricità non può usarlo.
Buonomo fa notare che molti romeni sono venuti in Italia in cerca di una vita migliore, senza trovarla: “Le loro condizioni di salute e nutrizionali continuano a peggiorare qui in Italia”. La conseguenza è un’aspettativa media di vita molto bassa. “I campi italiani sono un disastro. Non sono altro che delle baraccopoli, con tutti i problemi sociali e sanitari che ne derivano”, afferma Paolo Ciani, il responsabile dei servizi per i rom della Comunità di Sant’Egidio.
I pregiudizi contro gli zingari sono talmente diffusi che è molto difficile per Loro trovare degli alloggi normali. I rom, spiega Ciani, hanno molti problemi e isolarli non è certo la soluzione: “Non è una questione culturale o razziale, ma sociale, perché sono esclusi dalla società”.
Anche se i rom hanno una lunga storia in Italia, gli arrivi più recenti dalla Romania hanno fatto venire a galla vecchi stereotipi e suscitato reazioni violente. I primi nomadi – i sinti – arrivarono in Italia nel cinquecento e oggi sono circa la metà della popolazione rom.
Negli anni novanta sono arrivati in Italia gli zingari scappati dalla ex Jugoslavia, molti dei quali sono senza documenti e sono di fatto apolidi. Negli ultimi anni molti rom sono venuti dalla Romania. Quest’ultimo gruppo ha scatenato grandi polemiche, soprattutto dopo che nel 2007 un cittadino romeno ha ucciso una donna italiana. Mezzi d’informazione e leader politici di tutti gli schieramenti hanno cavalcato la questione rom, rafforzando l’idea che siano tutti assassini, ladri o mendicanti.
Un falso problema
Anche se in passato gli insediamenti rom illegali sono stati tollerati, gli immigrati romeni – che spesso hanno famiglie numerose e sono più visibili – hanno suscitato una forte ostilità tra la popolazione, come denuncia un rapporto dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Oste) del 2008.
Mendicanti e piccoli ladri non sono certo una novità, conferma Ciani, ma dopo l’omicidio del 2007 i politici e gran parte dei mezzi d’informazione hanno reagito in maniera ingiustificata e sproporzionata: “L’Italiaè la terra della mafia. Abbiamo dei veri problemi di sicurezza ma preferiamo concentrarci sugli zingari”.
La situazione per i rom è peggiorata con l’ultimo governo Berlusconi. A maggio del 2008, appena nominato, il ministro dell’interno Roberto Maroni ha annunciato che tutti i campi rom sarebbero stati smantellati, e i loro abitanti espulsi o arrestati. Pochi giorni dopo unafolla di persone ha dato fuoco a un campo rom vicino a Napoli.
Negli ultimi anni in Italia si sono verificati almeno otto attacchi contro le comunità nomadi, con alcuni campi distrutti da bombe molotov. Il governo italiano non ha risposto alle richieste di un’intervista con The Lancet. Subito dopo il suo insediamento nel 2008, il governo Berlusconi ha decretato ” un’emergenza rom” e ha conferito poteri speciali alle autorità locali, che da allora demoliscono gli insediamenti irregolari e trasferiscono gli zingari in campi autorizzati. Queste aree attrezzate per roulotte hanno la luce, l’acqua e dei bagni ma niente di più. Sono isolate, rudimentali e si deteriorano rapidamente.
Un campo regolare visitato da The Lancet si trova a 45 minuti d’auto dalla città e nelle vicinanze non c’è neanche una fermata della metropolitana. Sorge lungo una strada secondaria, è circondato da un’alta recinzione e non è altro che un grande parcheggio per roulotte, sistemate a poca distanza l’una dall’altra. Ospita famiglie originarie di ogni parte dei Balcani (Montenegro, Serbia e Kosovo) e della Romania. La recinzione è sorvegliata dalle telecamere e all’ingresso del campo ci sono guardie armate, che ogni tanto pattugliano l’area come fossero secondini nel cortile di un carcere.
“Si sta male qui. È difficile trovare lavoro… Siamo rinchiusi. Le persone sanno che sei rom ed è difficile trovare un impiego. Sanno che vivi in questo campo”, dice un ragazzo di 19 anni che ci abita.
Alcuni zingari paragonano questa sistemazione a un campo di concentramento. Sono liberi di andarsene ma per entrare e uscire devono esibire un tesserino speciale. Molti dei rom intervistati dicono di non essere contrari alla presenza delle guardie perché temono di essere aggrediti.
Natasha Ferlovic, una serba di 28 anni, madre di sei figli, è sconcertata dalle con dizioni nel campo. “È troppo piccolo, troppo affollato”, dice parlando della roulotte dove vivono in sei. Sono tutti ammassati su due letti, e l’ultimo nato dorme su un divano. La famiglia vive nel campo da una settimana, dopo che la polizia ha distrutto la loro casa.
Apolidi e senza documenti, molti rom sono di fatto esclusi dalla società, hanno scarse probabilità di trovare un lavoro, di avere accesso all’assistenza sanitaria o di trovare una casa normale. Secondo Ciani, gli italiani hanno creato i campi pensando che tutti i rom fossero nomadi e che non gli importasse di vivere in alloggi di fortuna. In realtà molti – soprattutto quelli provenienti dall’ex Jugoslavia – prima avevano una casa.
I rom spesso non si fidano degli ospedali pubblici e molti dei loro figli non hanno fatto le vaccinazioni di base, come quella per il morbillo, dice Buonomo. Molti bambini hanno spesso problemi ai reni e alle vie urinarie che non vengono curati. L’inverno è un periodo particolarmente pericoloso, perché le loro baracche sono sprovviste del riscaldamento. Nel 2009 un bambino rom di sei mesi è morto di polmonite.
Naj o Adzovic, il portavoce dei rom del Casilino 900, sostiene che finché i rom resteranno esclusi dalla società italiana le loro condizioni di vita non miglioreranno. I rom hanno bisogno di corsi professionali e di sussidi per gli alloggi, altrimenti “i figli dei nostri figli vivranno sempre nelle stesse condizioni”.
Uno dei modi più efficacipermigliorare la salute dei bambini rom è mandarli a scuola, spiega Buonomo. Molti arrivano in classe affamati e alla mensa possono ricevere del cibo. “Per loro la scuola è l’unica speranza, perché quando tornano a casa altre speranze non ne hanno”.
Da sapere
Il 19 gennaio 2010 è cominciato lo sgombero del campo rom Casilino 900, a Roma, uno dei più grandi insediamenti irregolari in Europa. Il campo è nato circa quarant’anni fa, ospita più di 60o persone e, come prevede il piano nomadi del comune di Roma, sarà smantellato definitivamente entro febbraio. I suoi abitanti saranno trasferiti in altri campi autorizzati della città, tra cui quello di via di Salone, e al Centro di accoglienza per rifugiati di Castelnuovo di Porto. Alcuni rom hanno protestato contro il piano del comune, accusando le autorità di averli costretti a trasferirsi con la minaccia di uno sgombero forzato.
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