Archive for febbraio, 2010

Imprenditore ospita i rom nel giardino dell’azienda: «Ero povero come loro»

Postato da admin Non ci sono commenti giovedì 25 febbraio 2010

Tonin, 100 dipendenti, da 10 anni ospita quattro famiglie nomadi affianco al suo capannone: vivevo in una baracca

Il mobiliere Gianni Tonin, imprenditore di San Giorgio in Bosco (Padova), con una delle quattro famiglie rom che ha ospitato all’interno del recinto della sua fabbrica (Gobbi)

    SAN GIORGIO IN BOSCO (Padova) – L’imprenditore «zingaro». E cacciatore di storie. Da dieci anni ospita quattro famiglie di rom all’esterno del suo capannone: ha comprato le roulotte e ha dato loro la residenza, così i bambini possono andare a scuola. Ma c’è molto di più da raccontare. E’ una storia che comincia nel Veneto contadino, quando al posto dei capannoni c’era solo terra. E di un camion in cui si cucinavano gli spaghetti in corsa pur di arrivare in tempo all’apertura dei mercati. Oltre il muro di Berlino, a Est. Nel palazzo-capannone, sede dell’azienda con le pareti vetrate, si apre un porta nel corridoio e senza filtri si entra nel laboratorio delle decorazioni. C’è un mobile bianco in legno massiccio, placcato con fogli dorati: «Questo va in Russia».

    La roulotte comprata da Tonin accanto al capannone (Gobbi)
    La roulotte comprata da Tonin accanto al capannone (Gobbi)

    Incontriamo Gianni Tonin nel cuore del suo impero a San Giorgio in Bosco dove il mobilificio sforna mobili di design da quando ha inventato il marchio di famiglia. Un suo tavolo, per dire, è finito in una delle edizioni del Grande fratello. Lui, nell’impeccabile gessato, entra in fabbrica e prende un caffè con gli operai dalla macchinetta. Intasca un numero di telefono ricevuto da una decoratrice romena, che gli chiede: «Gianni chiami tu?». All’esterno, oltre i capannoni hi-tech ultimati quattro anni fa, lasciati i suv aziendali nel piazzale, c’è un altro capannone dove risiedono – regolarmente iscritte all’anagrafe – quattro famiglie rom. Sono originari della Romania e sono diventati negli anni italiani a tutti gli effetti. Vivono in un camper e altre roulotte: ci sono dei servizi igienici, la corrente e l’antenna Tv. Hanno scelto di restare erranti per tutta la vita. Il riscaldamento lo forniscono le bombole del gas e il conto lo salda «Toni ».

    E’ il soprannome dell’imprenditore diventato re degli zingari in casa propria. Ed è lì nell’accampamento con il falò ai piedi dei capannoni, che c’è il cuore del suo regno. Si siede nel camper a bere un caffè e ad ascoltare le storie accendendosi l’ennesima sigaretta. Accade in un Veneto dove in quasi tutti i comuni vige il divieto di stazionamento e ci sono sbarre nei parcheggi. Con un ghigno, Gianni Tonin ricorda quando ha pagato tutte le multe e ospitato nel piazzale le quattro famiglie: «Così imparano a mandarli via». «Ogni giorno c’era un polverone di denunce e io sono un maestro dei “disastri” – racconta con ironica schiettezza -Ho fatto prendere a tutti e sei la residenza, così ho risolto il problema e i bambini possono andare a scuola: ogni settimana ciascuno riceve ottanta euro, hanno la corrente il bagno esterno e il riscaldamento». E perché lo fa? «Se lo domandano in molti: io voglio sentire le storie del mondo. E visto che posso, faccio qualcosa». Dà un’altra possibilità. E’ nella carovana, oltre la soglia del suo ufficio, che ricorda come è nato tutto. Risale a quando c’erano solo i campi dove adesso sorge la zona industriale. Tonin all’epoca, non era «nemmeno un contadino». «Con i miei genitori vivevamo in una baracca “abusiva”, perché chiamarla casa… Era in mezzo alle terre dei contadini, rubavo le uova e le galline per mangiare. L’acqua la bollivamo per berla, la prendevamoa valle dopo che era passata dai maiali: perché non ci volevano dare niente nelle fattorie».

    Il re del mobile si stiracchia sulla poltrona di design, distende le gambe e si scioglie un poco a ritrovarsi bambino. «Io e i miei ridevamo e cantavamo sempre, avevamo la fede: poveri i ricchi!». Racconta e arriva fino all’incidente che lo ha fatto diventare imprenditore quando, a vent’anni, faceva il camionista. In un viaggio gli capitò di restare intrappolato sotto la motrice del camion mentre si scapicollava per le strade della Polonia, Cecoslovacchia (allora) e Romania. Ai tempi del muro di Berlino. «Ero specializzato nel cucinare gli spaghetti in camion mentre correvamo: il ritardo al mercato ci sarebbe costato una penale – dice sorridendo – Passavamo le frontiere dell’Urss in silenzio tra carri armati e mitra, i militari guardavano sotto il camion con gli specchi: avevamo sempre un po’ di burro di contrabbando». E via con le discese in folle per lanciare il camion oltre i cento all’ora. Una di quelle volte, il suo amico si scontrò vicino a un ponte. Lui dormiva in cuccetta: «Mi sono ritrovato con il letto incastrato sotto la motrice che sprofondava nel fango, l’olio del motore mi bruciava il petto e il peso mi stritolava: mi hanno salvato dei camionisti di passaggio che erano di Tombolo (Padova)».

    Dopo essere tornato dalla Romania in treno con sette vertebre fuori posto, ha iniziato a vendere scarpiere a domicilio. Da qui nasce l’impero Tonin. Prima ne ha assunto uno, poi due fino ad oggi con oltre cento di dipendenti: italiani, turchi, romeni, brasiliani. Il capomastro è il primo romeno che Tonin ha aiutato e ce ne sono stati molti altri. Ancora, perché? «Mi ricordo la fame dei popoli che ho incontrato nei miei viaggi – racconta – Una ventina di anni fa sono tornato in Romania e in un bar di notte – va a nozze con le periferie – a Baia Mare ho conosciuto Beni, uno di lì, che parla italiano e con lui ho ricostruito un villaggio di zingari». É fatto così. Un giorno poco prima di Natale gli hanno raccontato di romeni che vivevano in un bosco, fuori San Giorgio, nel suo paese. Non poteva lasciarsi sfuggire quel mistero. «Sono arrivato in Bmw con cappello e cappotto nero: pensavano fossi un poliziotto invece li ho invitati tutti a casa per il pranzo di Natale – ride senza prendere fiato – E’ stato il più bel pranzo di Natale che ricordi ». Gianni Tonin ha molte altre storie da raccontare. Storie. Dell’imprenditore che sogna di tornare zingaro almeno per una volta, ancora a bordo della sua carovana.

    [FONTE]

    APERITIVO KIRVÈ!!!

    Postato da admin Non ci sono commenti lunedì 22 febbraio 2010

    aperitivo

    E’ razzista un giovane italiano su due

    Postato da admin Non ci sono commenti venerdì 19 febbraio 2010

    Rumeni, rom e albanesi sono
    le etnie più colpite da pregiudizi

    TORINO
    Oltre il 45% dei giovani italiani è xenofobo o razzista, tra cui si conta un 15% romeno-rom-albanese fobico, il 40% invece è aperto all’inclusione, e sono soprattutto ragazze al Centro e al Sud.

    È questo il quadro che emerge dalla ricerca “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti“, promossa dalla Conferenza delle Assemblee delle Regioni, nell’ambito delle iniziative del neo Osservatorio della Camera dei deputati sui fenomeni di xenofobia e razzismo, presentato oggi a Montecitorio. Il sondaggio è stato condotto dalla Swg su un campione di 2.085 giovani tra i 18 e i 29 anni.

    In particolare, le nuove generazioni si rapportano con gli altri in tanti modi diversi formando sette gruppi distinti a seconda del grado di apertura o di chiusura che li contraddistingue. Un universo giovanile che si spacca nettamente in due aree: da un lato, infatti, il fronte aperturista, che include quasi il 39,6% degli intervistati, in cui si trovano tre clan: gli «inclusivi» (il 19,4%), i «tolleranti» (il 14,7%) e gli «aperturisti tiepidi» (il 5,5%). Sul versante opposto abbiamo l’area di quelli più chiusi, respingenti, dove si collocato il 45,8% dei giovani italiani, suddivisi in tre gruppi valoriali, in tre clan: i Romeno-rom-albanese fobici (il 15,3%), gli xenofobi per elezione (il 19,8%) e gli improntati al razzismo (che sono il 10,7%). In mezzo, i mixofoci, che sono il 14,5% dei giovani.

    Gli inclusivi sono il clan pienamente aperturista verso gli immigrati, sono disponibili verso le posizioni altrui e riescono ad accettare serenamente le idee divergenti. Sono soprattutto ragazze (55,3%), persone tra i 22 e i 25 anni e residenti nelle Isole, al Sud e al Centro. Ad un gradino di capacità aperturista leggermente inferiore troviamo i «tolleranti» (14,7%): sono un po’ più freddi e calmierati rispetto agli inclusivi. La loro apertura verso il prossimo appare dettata da una presa di posizione razionale che nega gli atteggiamenti razzisti, piuttosto cha da una effettiva capacità di riconoscersi nell’altro. Così i giudizi sulle altre etnie, pur essendo nel complesso positivi, si caratterizzano per una maggior morigeratezza. L’ultima fetta della schiera aperturista, gli «aperturisti tiepidi», è composta da giovani decisamente antirazzisti (il 71% ritiene assolutamente inaccettabile qualunque atteggiamento discriminatorio), ma con forme più caute, più trattenute. Chi appartiene a questo clan crede nel rispetto di tutte le religioni, ma in modo un po’meno marcato; riconosce l’omossessualità come una forma d’amore al pari di quella eterossuale, ma in forma più ridotta rispetto agli altri due gruppi. Minori anche le forme di interazione con le altre etnie. Come avviene per tutti gli agglomerati aperturisti, si tratta di un gruppo composto soprattutto da ragazze e da 22-25 enni, anche se, in questo caso specifico troviamo anche una buona quota di under21.

    A metà dell’asse immaginaria che va dalla massima inclusione alle forme più marcate di esclusione, troviamo i «mixofobici». Si tratta del gruppo mediano in cui convergono i giovani che non sono del tutto proiettati verso la chiusura, ma che non denotano nemmeno evidenti segnali aperturisti. Questi ragazzi si trovano a vivere in una sorta di limbo contraddistinto
    da un sentimento di fastidio di sottofondo, di sofferenza verso ciò che si allontana dalla loro identità. Sono, tuttavia, persone che non hanno ancora deciso fino in fondo «da che parte stare».
    Al contrario dei gruppi aperturisti, i mixofobici sono soprattutto maschi (55,4%), persone tra i 26 e i 29 anni e vivono principalmente al Sud e nelle Isole, soprattutto nei piccoli centri, tra i lavoratori precari, ma anche tra le famiglie agiate, tra i cattolici praticanti, ma anche tra quelli più saltuari e scostanti. Nell’area “escludente“, che raccoglie il 45,8% dei giovani, si va dall’avversione fino a posizioni di chiara marcatura razzista, si possono distinguere così tre clan. Il primo, 15,3%, è costituito dai «rumeno-rom-albanese fobici» che si scagliano contro un target ben preciso. Pur non provando particolare simpatia per diverse etnie, la loro intolleranza prende di mira più direttamente rumeni, rom e albanesi. Verso questi popoli hanno una vera e propria ossessione, ma riescono a convivere con altre appartenenze o, quantomeno, a dimostrare una certa indifferenza. Questo è l’unico clan, fra quelli dell’asse dell’esclusione, in cui la maggioranza è costituita da ragazze, il 56%. Per lo più i rumeno-rom-albanese fobici sono giovani «maturi», tra i 26 e i 29 anni, residenti a Nordovest e al Centro Italia, sono diplomati e vivono in famiglie benestanti.
    Seguono gli «xenofobi per elezione». Si tratta del clan giovanile più grande, che comprende quasi il 20% degli intervistati. L’atteggiamento predominante è quello di negazione netta di tutti
    gli immigrati, senza distinzioni particolari. Si sentono fortemente italiani. Sono il clan che marca di più questo universo identitario. Non esprimono forme di odio violente. La cosa che più conta è che le altre etnie se ne stiano lontane, possibilmente fuori dai confini nazionali. Gli adepti di questo clan sono per lo più maschi sotto i 21 anni.
    L’ultimo clan è quello degli «improntati al razzismo», il 10,7%, ed è il più estremo. Per i componenti di questo gruppo, infatti, non esistono razze ed etnie accettabili. Tutti, tranne europei ed italiani, sono da considerarsi antipatici. I giovani di questo gruppo ostentano la loro presunta superiorità, un persistente bisogno di potenza, atteggiamenti apertamente omofobici, spinte antisemitiche, convinzione dell’inferiorità delle donne. In sostanza, rifiuto e fastidio per tutto ciò che è diverso. Il clan degli improntati al razzismo, rispetto a quello degli xenofobi per elezione, si distingue non solo per l’intensità estremizzata delle proprie posizioni, ma anche per la sua capacità di produrre un vero e proprio modo di essere nella società, per la sua tendenza a essere una comunità, per quanto chiusa e ristretta. E’ un agglomerato che sviluppa un forte senso di appartenenza, che ha trovato nella rete il proprio ambito di espressione e riconoscimento, ancor prima che il proprio megafono.
    Questo è un clan che sta assumendo le forme di una sorta di brand, con lo sviluppo dei classici e tipici pilastri che compongono e conformano un marchio tipologico: propone una visione netta (una missione priva di ambiguità), esprime un potere sopra ai nemici (identifica il nemico senza fare distinzioni al suo interno, tutti gli «altri»), sviluppa un proprio storytelling (edifica la propria identità su un’impalcatura di racconti e storie, dicerie e senso comune), manifesta un senso di grandezza e potenza e si riconosce attraverso l’uso di simboli e rituali.

    [FONTE]

    Romania: famiglie rom trattate come rifiuti

    Postato da admin Non ci sono commenti giovedì 11 febbraio 2010

    In Romania, le famiglie rom vengono sgomberate dalle loro abitazioni contro la loro volontà. Quando questo accade, non perdono solo la casa, ma tutti i loro beni, le relazioni sociali, l’accesso al lavoro e ai servizi pubblici.

    Quando le autorità offrono loro un’alternativa si tratta, il più delle volte, di abitazioni precarie prive di servizi igienici, acqua, riscaldamento o elettricità. Negli ultimi anni, le comunità rom sono state sgomberate e trasferite vicino a discariche, impianti di trattamento di liquami o zone industriali nelle periferie delle città.

    Le modalità con cui effettuati gli sgomberi forzati, senza un’adeguata consultazione, notifica e individuazione di un’idonea sistemazione alternativa, perpetuano la segregazione su base etnica e violano gli obblighi internazionali della Romania.

    Dal 2004, circa 75 persone rom, tra cui famiglie con bambini piccoli, vivono in casupole di metallo e baracche nei pressi di un impianto di trattamento di liquami a Miercurea Ciuc (Csíkszereda), nella Romania centrale. Sono stati trasferiti in quella zona, considerata inagibile, dopo essere stati sgomberati da un edificio fatiscente, nel centro della città.

    È stato detto loro che lo spostamento sarebbe stato temporaneo, ma dopo sei anni il loro diritto a un alloggio adeguato continua a essere violato.

    Erzsébet, che vive tuttora nei pressi dell’impianto insieme al marito e a nove figli, ha descritto ad Amnesty International com’è la vita nella casupola di metallo: “È stretta, quando ci mettiamo tutti a dormire non c’entriamo. Non possiamo fare un bagno, non possiamo lavarci. È troppo piccola. Non vogliamo che ragazze più grandi facciano il bagno di fronte al loro padre.”

    Le casupole di metallo e le baracche temporanee si trovano all’interno della zona di protezione di 300 metri che secondo la legge deve separare le abitazioni da materiali potenzialmente tossici.

    Ilana ha raccontato ad Amnesty International: “Le case sono piene di quella puzza. La notte i bambini si coprono la faccia con i cuscini. Quando sentiamo quella puzza non vogliamo mangiare. Un figlio è morto a quattro mesi, non voglio perderne altri.”

    L’incubo, per queste famiglie rom, dura da sei anni. È giunto il momento per le autorità locali di fornire loro un’abitazione adeguata vicino a servizi e infrastrutture, in un luogo sicuro e salubre.

    [FONTE]

    La salute precaria nei campi rom

    Postato da admin Non ci sono commenti sabato 6 febbraio 2010

    Gli abitanti dei campi nomadi sono malnutriti, si ammalano facilmente e hanno un’aspettativa di vita molto bassa. I più colpiti sono i bambini, per i quali l’unica speranza è andare a scuola

    Nessuno penserebbe mai di trovare dei bambini che soffrono la farne a Roma. Invece ce ne sono centinaia. Lo rivela un nuovo studio sulle condizioni di salute della popolazione rom nella capitale italiana. Circa il 24 per cento dei bambini rom è malnutrito e il 25 per cento è nato sottopeso. Sono dati raccolti dalla Comunità di Sant’Egidio, che gestisce un ambulatorio peri rom.

    Ufficialmente i rom della città sono circa ottomila ma le associazioni di volontariato affermano che il dato reale potrebbe essere il doppio. Almeno la metà è composta da minorenni.

    Dallo studio della Comunità di Sant’Egidio emerge che il 20 per cento dei bambini rom ha sofferto di bronchite o polmonite, il i6 per cento ha contratto infezioni della pelle, compresa la scabbia, il 13 per cento ha avuto la diarrea o altri problemi gastrointestinali e il 15 per cento soffre di deficit motori o altre disabilità. Le cause di questi problemi, si legge nello studio, sono soprattutto “le situazioni abitative antigieniche, l’isolamento sociale e la diffusa instabilità alimentare”.

    La condizione dei rom è più critica non solo rispetto al resto della popolazione italiana ma anche agli altri gruppi di immigrati, spiega Ersilia Buonomo, un’esperta di igiene e sanità pubblica che insegna all’università di Roma Tor Vergata. Buonomo lavora anche all’ambulatorio per i rom e ha collaborato allo studio della Comunità di Sant’Egidio. La maggior parte dei 150mila rom che vivono in Italia abita nei cosiddetti campi, che in realtà sono delle specie di baraccopoli dove mancano i servizi fondamentali come l’acqua, l’elettricità e le fognature. A Roma ci sono un centinaio di campi del genere. Il più grande è il Casilino 900, che raccoglie circa seicento persone. All’ingresso c’è un cartello con scritto: “Siamo tutti figli dello stesso padre”. Ma pochi romani vivono in condizioni simili.

    Come nelle favelas

    Il campo si trova vicino a un deposito di rottami, lungo una strada molto trafficata. Ricorda le favelas brasiliane, fatte di baracche improvvisate e roulotte ammassate su pendii fangosi. Dappertutto ci sono mucchi di tubi e cavi di rame che i rom raccolgono per rivenderli ai rottamai. Non ci sono fogne ma solo bagni chimici. Alcuni mesi fa le autorità hanno installato delle fontanelle per l’acqua, ma manca ancora l’elettricità.

    Donica Saiti, un’energica nonna cinquantenne, si lamenta delle condizioni di vita nel campo. Vive qui dal 1989, quando è fuggita dal Kosovo. “Cani e maiali non vivono così. Siamo senza luce al centro di Roma!”, protesta Donica. Tutti i suoi nipoti presentano disturbi fisici (problemi intestinali, infezioni ai bronchi e asma) ma non possono farsi visitare regolarmente da un medico. “Non c’è nessun dottore”, dice. “Andiamo al pronto soccorso”. A un bambino che soffre d’asma è stato dato un apparecchio per l’aerosol ma senza elettricità non può usarlo.

    Buonomo fa notare che molti romeni sono venuti in Italia in cerca di una vita migliore, senza trovarla: “Le loro condizioni di salute e nutrizionali continuano a peggiorare qui in Italia”. La conseguenza è un’aspettativa media di vita molto bassa. “I campi italiani sono un disastro. Non sono altro che delle baraccopoli, con tutti i problemi sociali e sanitari che ne derivano”, afferma Paolo Ciani, il responsabile dei servizi per i rom della Comunità di Sant’Egidio.

    I pregiudizi contro gli zingari sono talmente diffusi che è molto difficile per Loro trovare degli alloggi normali. I rom, spiega Ciani, hanno molti problemi e isolarli non è certo la soluzione: “Non è una questione culturale o razziale, ma sociale, perché sono esclusi dalla società”.

    Anche se i rom hanno una lunga storia in Italia, gli arrivi più recenti dalla Romania hanno fatto venire a galla vecchi stereotipi e suscitato reazioni violente. I primi nomadi – i sinti – arrivarono in Italia nel cinquecento e oggi sono circa la metà della popolazione rom.

    Negli anni novanta sono arrivati in Italia gli zingari scappati dalla ex Jugoslavia, molti dei quali sono senza documenti e sono di fatto apolidi. Negli ultimi anni molti rom sono venuti dalla Romania. Quest’ultimo gruppo ha scatenato grandi polemiche, soprattutto dopo che nel 2007 un cittadino romeno ha ucciso una donna italiana. Mezzi d’informazione e leader politici di tutti gli schieramenti hanno cavalcato la questione rom, rafforzando l’idea che siano tutti assassini, ladri o mendicanti.

    Un falso problema

    Anche se in passato gli insediamenti rom illegali sono stati tollerati, gli immigrati romeni – che spesso hanno famiglie numerose e sono più visibili – hanno suscitato una forte ostilità tra la popolazione, come denuncia un rapporto dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Oste) del 2008.

    Mendicanti e piccoli ladri non sono certo una novità, conferma Ciani, ma dopo l’omicidio del 2007 i politici e gran parte dei mezzi d’informazione hanno reagito in maniera ingiustificata e sproporzionata: “L’Italiaè la terra della mafia. Abbiamo dei veri problemi di sicurezza ma preferiamo concentrarci sugli zingari”.

    La situazione per i rom è peggiorata con l’ultimo governo Berlusconi. A maggio del 2008, appena nominato, il ministro dell’interno Roberto Maroni ha annunciato che tutti i campi rom sarebbero stati smantellati, e i loro abitanti espulsi o arrestati. Pochi giorni dopo unafolla di persone ha dato fuoco a un campo rom vicino a Napoli.

    Negli ultimi anni in Italia si sono verificati almeno otto attacchi contro le comunità nomadi, con alcuni campi distrutti da bombe molotov. Il governo italiano non ha risposto alle richieste di un’intervista con The Lancet. Subito dopo il suo insediamento nel 2008, il governo Berlusconi ha decretato ” un’emergenza rom” e ha conferito poteri speciali alle autorità locali, che da allora demoliscono gli insediamenti irregolari e trasferiscono gli zingari in campi autorizzati. Queste aree attrezzate per roulotte hanno la luce, l’acqua e dei bagni ma niente di più. Sono isolate, rudimentali e si deteriorano rapidamente.

    Un campo regolare visitato da The Lancet si trova a 45 minuti d’auto dalla città e nelle vicinanze non c’è neanche una fermata della metropolitana. Sorge lungo una strada secondaria, è circondato da un’alta recinzione e non è altro che un grande parcheggio per roulotte, sistemate a poca distanza l’una dall’altra. Ospita famiglie originarie di ogni parte dei Balcani (Montenegro, Serbia e Kosovo) e della Romania. La recinzione è sorvegliata dalle telecamere e all’ingresso del campo ci sono guardie armate, che ogni tanto pattugliano l’area come fossero secondini nel cortile di un carcere.

    “Si sta male qui. È difficile trovare lavoro… Siamo rinchiusi. Le persone sanno che sei rom ed è difficile trovare un impiego. Sanno che vivi in questo campo”, dice un ragazzo di 19 anni che ci abita.

    Alcuni zingari paragonano questa sistemazione a un campo di concentramento. Sono liberi di andarsene ma per entrare e uscire devono esibire un tesserino speciale. Molti dei rom intervistati dicono di non essere contrari alla presenza delle guardie perché temono di essere aggrediti.

    Natasha Ferlovic, una serba di 28 anni, madre di sei figli, è sconcertata dalle con dizioni nel campo. “È troppo piccolo, troppo affollato”, dice parlando della roulotte dove vivono in sei. Sono tutti ammassati su due letti, e l’ultimo nato dorme su un divano. La famiglia vive nel campo da una settimana, dopo che la polizia ha distrutto la loro casa.

    Apolidi e senza documenti, molti rom sono di fatto esclusi dalla società, hanno scarse probabilità di trovare un lavoro, di avere accesso all’assistenza sanitaria o di trovare una casa normale. Secondo Ciani, gli italiani hanno creato i campi pensando che tutti i rom fossero nomadi e che non gli importasse di vivere in alloggi di fortuna. In realtà molti – soprattutto quelli provenienti dall’ex Jugoslavia – prima avevano una casa.

    I rom spesso non si fidano degli ospedali pubblici e molti dei loro figli non hanno fatto le vaccinazioni di base, come quella per il morbillo, dice Buonomo. Molti bambini hanno spesso problemi ai reni e alle vie urinarie che non vengono curati. L’inverno è un periodo particolarmente pericoloso, perché le loro baracche sono sprovviste del riscaldamento. Nel 2009 un bambino rom di sei mesi è morto di polmonite.

    Naj o Adzovic, il portavoce dei rom del Casilino 900, sostiene che finché i rom resteranno esclusi dalla società italiana le loro condizioni di vita non miglioreranno. I rom hanno bisogno di corsi professionali e di sussidi per gli alloggi, altrimenti “i figli dei nostri figli vivranno sempre nelle stesse condizioni”.

    Uno dei modi più efficacipermigliorare la salute dei bambini rom è mandarli a scuola, spiega Buonomo. Molti arrivano in classe affamati e alla mensa possono ricevere del cibo. “Per loro la scuola è l’unica speranza, perché quando tornano a casa altre speranze non ne hanno”.

    Da sapere

    Il 19 gennaio 2010 è cominciato lo sgombero del campo rom Casilino 900, a Roma, uno dei più grandi insediamenti irregolari in Europa. Il campo è nato circa quarant’anni fa, ospita più di 60o persone e, come prevede il piano nomadi del comune di Roma, sarà smantellato definitivamente entro febbraio. I suoi abitanti saranno trasferiti in altri campi autorizzati della città, tra cui quello di via di Salone, e al Centro di accoglienza per rifugiati di Castelnuovo di Porto. Alcuni rom hanno protestato contro il piano del comune, accusando le autorità di averli costretti a trasferirsi con la minaccia di uno sgombero forzato.
    [FONTE]

    «Due euro per un caffè, se sei rom» Per tutti gli altri solo 75 centesimi

    Postato da admin 3 commenti mercoledì 3 febbraio 2010

    Conto con sovrapprezzo per una nomade in un bar a Tor Cervara: costa caro così ve ne andate da un’altra parte

    Lo scontrino del caffè: due euro (Brogi)
    Lo scontrino del caffè: due euro (Brogi)

    ROMA – Via di Tor Cervara, un bar. Siamo nella periferia est di Roma, tra Tiburtina e Collatina, vicino al Raccordo anulare. Ma anche nei pressi dell’ufficio immigrazione della questura di Roma e del quartier generale della Guardia di Finanza. Vicino c’è infine un campo nomadi, quello della Martora. In fila alla cassa, per un caffè. Costa 75 centesimi, annuncia la tabella in mostra alle spalle della giovane cassiera italiana. Diamo un euro, in cambio di uno scontrino e di 25 centesimi di resto.

    CONTO DIVERSO – Poi tocca a una nomade. Chiede un caffè anche lei. «Due euro», è la risposta. «Ma come?», protesta la donna. «Ieri costava un euro e cinquanta. Oggi due?». Imperturbabile la cassiera ribatte: «Sono due euro». La direttiva deve essere molto netta. Caffè a due euro. La nomade paga, lo scontrino indica come voce dell’acquisto la categoria «varie». Accanto ci sono due agenti, stanno acquistando cartelle del Superenalotto alla vicina cassa, sono indaffarati, forse non sentono. Eppure la nomade ha protestato alzando un po’ la voce.

    Il bar in via di Tor Cervara (Brogi)
    Il bar in via di Tor Cervara (Brogi)

    IL SOVRAPPREZZO - Va avanti così da tempo. Finora era un euro e mezzo, oggi (mercoledì 3 febbraio) è addirittura scattato un ulteriore sovrapprezzo. La banconista addetta alla macchina del caffè è una giovane rumena, alla nomade rumena come lei (ma rom) serve il caffè richiesto in un bicchierino di plastica. Tutto avviene in silenzio ora. Non è la prima volta che succede. La nomade lavora come operatrice di una cooperativa per la scolarizzazione dei bambini rom. Se ne va via col suo bicchierino di plastica in mano e lo scontrino che registra il prezzo del caffè probabilmente più caro d’Italia.

    LA SPIEGAZIONE – Una volta fuori la nomade spiega: «Un giorno me l’hanno anche detto chiaro e tondo, il caffè costa caro perché così ve ne andate da qualche altra parte…». Sono appena passate le 15,12, dice lo scontrino, e in via di Tor Cervara si è ripetuta una scena che i rom considerano abituale. Tra gli operatori della cooperativa la vicenda infatti è più che nota, sono state fatte anche segnalazioni a quanto riferiscono alle forze dell’ordine, i controlli si sarebbero arenati di fronte al fatto che ogni esercente fa quello che vuole. Questo il succo degli interventi effettuati. Però, ricordano gli operatori della cooperativa in cui è ingaggiata anche la nomade, la tabella dei prezzi esposta dovrebbe pur contare qualcosa…

    [FONTE]